Giovanni Falcone nella casta dei magistrati…?

Un giudice più sereno è solo un giudice sottoterra. Potrebbe essere impopolare esordire con una frase del genere, proprio nei giorni in cui si ha memoria di quel 23 maggio di 23 anni fa, quando per mano della mafia perdeva la vita il giudice Giovanni Falcone.

Presi dallo spirito della memoria e del perbenismo etico, si espongono con tutti i mezzi di comunicazione possibili, immagini del giudice Falcone e le prime pagine dei giornali del 23 maggio ’92. Che fine hanno fatto invece tutte le notizie degi anni precedenti a quel lontano 23 maggio? Dove sono finiti tutti i dubbi sul giudice Falcone, i dissidi, le critiche, le dichiarazioni di quella che da alcuni viene definita la “stagione dei veleni”?

Eppure basta scavare, e nemmeno tanto, su internet e negli archivi per arrivare ad appena pochi mesi prima dalla sua morte, quando il 9 gennaio 1992 su La Repubblica spicca il titolo “Falcone, che peccato…”, firmato da Sandro Viola. L’articolo muove fortissime critiche al giudice di Palermo, che forse sa un po’ troppo e parla anche fuori luogo (secondo Viola). Ecco uno stralcio dell’articolo.

Al giorno d’oggi troveremmo quasi normale leggere una notizia di questo stampo su una qualsiasi testata giornalistica, nazionale o locale. Infatti è sempre più crescente, nell’opinione pubblica, il malcontento verso il lavoro della magistratura, che appare sempre più come una casta privelagiata di cittadini italiani intoccabili, che non possono essere soggetti alla legge, in quanto ne sono padroni, e che la usano a proprio agio contro avversari politici di qualunque appartenenza, o comunque a proprio vantaggio.

“Certa magistratura mette a repentaglio e delegittima la classe dirigente siciliana”, urla nel settembre 1991 a voce alta Salvatore Cuffaro, deputato della DC (condannato poi per mafia) durante la trasmissione Samarcanda, condotta da Michele Santoro. Insomma, Sandro Viola non è l’unico a criticare la “pomposa” figura di Giovanni Falcone e di altri giudici del suo periodo.

Nella stessa trasmissione su Rai3, nel marzo del ’90, l’allora sindaco di Palermo – Orlando Leoluca – inneggia al complotto, poiché Falcone “ha tenuto chiusi nei cassetti una serie di documenti riguardanti i delitti eccellenti della mafia”.

Quanti complotti sono stati inneggiati negli ultimi anni dal 2000? Complotti di magistrati contro presidenti del conisglio, contro senatori, deputati, sindaci di città in forte via di sviluppo. Quante volte questi magistrati sembrano mettersi di traverso a personaggi di spicco, vittime di una macelleria istituzionale?

Gli stessi Nando Dalla Chiesa (figlio del compianto generale), Carmine Mancuso (poliziotto) e Alfredo Galasso (avvocato e politico) muovono dure accuse a Falcone, il quale nell’agosto del 1989 incrimina per calugna Giuseppe Pellegriti (mafioso) e Angelo Izzo (condannato per il Massacro del Circeo). I due, durante degli interrogatori accusano Salvo Lima – parlamentare della DC – di essere coinvolto nell’omicidio di Piersanti Mattarella, politico ucciso dalla mafia, fratello dell’attuale Presidente della Repubblica. Falcone fu accusato di aver voluto difendere il politico democristiano, incriminando Izzo e Pellegriti.

Toghe rosse è il termine più diffuso che abbiamo sentito, letto e risentito. Si sospetta che anche la toga di Giovanni Falcone non sia poi così scolorita. Tanti sono gli attacchi e le critiche per la sua vicinanza a Claudio Martelli, esponente del Partito Socialista.

Sono le ore 18.05. E’ il 23 maggio, e sull’autostrada A29 in direzione Palermo, allo svincolo per Capaci, regna il silenzio. Nessuna critica, non un fiato, non un titolo di giornale. Adesso è un eroe, è IL servitore dello Stato. Adesso è Giovanni Falcone, il giudice rimasto solo. Giovanni Falcone è solo: è solo un magistrato. Solo questo, non un eroe, non un martire, non un santo. E’ solo un magistrato, che ha fatto il suo dovere, un dovere difficile: perché un magistrato non scrive le leggi, le applica solo. Un magistrato non affronta nemici per il suo sfizio personale, indaga solo. Un magistrato è solo un cittadino che studia e si specializza nell’applicazione della legge, e le sue manzioni gli sono attribuite solo in virtù dei titoli leggittimi che consuegue. Un magistrato è solo un cittadino che svolge il suo lavoro come tanti altri, e spesso quando fa il suo dovere è solo.

“Io dico che bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale. In questo modo, l’Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba” (Giovanni Falcone).

Marco Giordano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *